Un passo e ancora un passo
Poi il racconto inizia. Camminare fa nascere le storie, quelle che incessantemente si formano nella massa labirintica del cervello. Così ho iniziato a pensare a tutte le cose che su di me non hanno più effetti, a cui non rispondo più perché non sento alcun suono. In cima alla lista ci sono i generi “abbigliamento / cibo”. Ritenuti da alcuni di prima necessità. Le vetrine ricolme di vestiti e scarpe le registro in forma di montagne di discariche, quelle a cielo aperto, dove branchi di umani si aggirano per recuperarne brandelli. Una massa qui, sui nostri marciapiedi scintillanti già pronti alle feste commerciali per eccellenza, e una massa là, spesso laggiù, indicando una geopolitica di profondità più che una geografia di estensione. Laggiù è dove arrivano solo i nostri rigurgiti, le nostre deiezioni. Cumuli di roba che per pochissimo tempo ci appare indispensabile, che solletica quello che, sbagliando completamente comparto, chiamiamo desiderio. Sono lontanissima. Cammino e il mio sguardo va all’intorno, al contorno. Possibile che questa mostruosa illusione sia ancora così predatrice?
Vedo le cose e le vedo già dimenticate in fondo a un cassetto, selezionate per il sacco da mettere nel bidone giallo, regalate all’amica che poi a sua volta le butterà. Una lunga colonna di Tir stracolmi di pattume che è servito solo a dare un senso e un lavoro a chi lo ha prodotto e a chi adesso lo trasporta in discarica e poi ancora, laggiù, lo vende come merce di scambio. Sfiorare l’argomento cibo è ancora più penoso. Da queste parti ne avremmo da rendere obesi anche quelli della Sierra Leone, passando prima per l’India. E la gente mangia, mangia in continuazione, ovunque: in strada, sui mezzi pubblici, al cinema, nei musei, nelle chiese. L’altro giorno in autostrada ho superato gente che guidava ingozzandosi di panini…alle nove del mattino. Vomito.
Ho comunque le mie voragini, non mi sottraggo, sono ancora predata dai libri e dai viaggi. Tutto questo finché non ci si ammala, allora la cosa più preziosa diventa la Sanità, l’altro grande mostro tentacolare. Per l’accesso alle cure ci si vende anche l’anima. Figuriamoci un paio di scarpe.
Queste le mie meditazioni mentre cammino in corso Buenos Aires alla ricerca dei quadernini della Moleskine, quelli solo neri, morbidi e con le pagine bianche, rigorosamente senza righe o quadretti…sempre più rari. Quello che “tira” ora sono gli incantesimi di forme e colori. Cerco fra gli scaffali e infine trovo dei block-notes no-logo, solo carta tenuta insieme, ma finalmente senza righe. Costano quattro euro, ne prendo sei e so già come modificarli.
Ecco anche io ho comprato qualcosa. Le mie monetine hanno fatto dling-dling nell’enorme slot-machine dell’economia planetaria.

Poi tornando a casa ho avuto UNA VISIONE. Un tassello prezioso che riguarda l’AMORE.
Da qualche giorno penso che la Vita, tutta, sia una specialissima e originale presa per il culo fisico-quantistica. Non so se ci sia un team che si è inventato l’esperimento, o se c’è un dio bizzarro che gioca a fare prove e, a sua insaputa, si è trovato ad aver costruito un portentoso videogioco. Lasciando perdere le metafore mi pare sempre più evidente che il fatto, la Cosa che ha senso è solo la Morte, il morire. È su questo che bisogna sforzarsi di significare. Al centro del labirinto c’è il morire, ed è il labirinto che permette di conquistare la possibilità dell’Amore. La vita è questa unica occasione di percorrerlo e ci è data solo per trovare la soluzione, per sperimentare l’Amore. La difficoltà massima risiede nel fatto che si è soli in questa conquista. L’accesso è individuale, non ci sono biglietti speciali per i gruppi, per i familiari, per i pensionati o gli studenti. Non ci sono suggeritori o scorciatoie. Non esiste possibilità di unirsi per fare partiti. È nella solitudine che si può percepire, ricercare e trattenere. L’unico modo che abbiamo per condividerlo è attraverso il Dono. Non si trasmette con le parole, solo con le azioni. E questo Amore si annida nel buio, è custodito da un Drago. Ieri sera ho sentito qualcuno dire che l’opposto dell’Amore non è l’Odio ma la Paura. Sono d’accordo. La Paura ci fotte, e in testa a tutte le paure c’è lei, la Morte. Solo l’Amore può sbloccare il processore che ci hanno ficcato nel cranio. Ricordiamoci che l’androide “a tempo” chiede solo “più vita” al creatore, pura quantità. Anche qui su pianeta Terra è un delirio di desiderio di eternità, eternità di un corpo simulacro, di un feticcio identitario. Il senso dell’Io è così ingannevole, è lo specchio davanti al quale ci inchiodiamo mentre il cammino è oltre, come ha saputo fare Alice.
La cosa-libro
Non ho figli e mi capita di pensare a chi lasciare in eredità le “cose”. Si può anche fregarsene. Tutto può finire in discarica, tutto, in effetti, è destinato a svanire. Cose per noi piene di senso, indispensabili e dalle quali abbiamo ostinatamente impedito la separazione, diventeranno il “superfluo”, il peso da smaltire, la noia del doversene occupare. E poi chi, nel caso mio? I miei nipoti? O i bisnipoti? Mi chiedo se il tempo non muterà le scale di interesse, adesso, in questi anni di accelerazione convulsa. Ho bisnipoti che al momento sembra amino la Cultura, leggono, studiano. Ma insomma, questa mia biblioteca di 1725 volumi (numero provvisorio e in crescita) di pesantissima carta interesserà a qualcuno?
Nella mia vita i libri hanno svolto il felicissimo compito di sostituirsi a qualsiasi altra forma di dipendenza grave. Sono stati e continuano ad essere la mia via di fuga, il mio mondo parallelo, il mio fuori da qui. Come tutte le dipendenze e le fughe, so che si riferiscono a un disimpegno verso se stessi. C’è una rinuncia a farsi carico della propria vita, del proprio talento, dei propri ostacoli. C’è anche il rifiuto a incontrare l’Altro, anzi gli altri tutti. Non aver voglia di far parte dell’umanità, non volerci avere a che fare e scegliere di praticarla in quella forma mediata che ci offrono le opere letterarie. Ho vissuto milioni di vite leggendo, sono stata Tutti, ho amato, ucciso, sofferto, gioito. Sono stata ovunque, dalle terre emerse del nostro pianeta a quelle più inconcepibili, lontane anni luce o del tutto indescrivibili create dall’immaginazione. Ho sentito lo scorrere dei pensieri di tutti gli scrittori e nel sentirli diventavano parte del libro essi stessi. Ma non è stata solo la letteratura ad avermi accompagnato (e a continuare a farlo), anche la filosofia, le scienze tutte, le analisi antropologiche, i libri sull’arte e di arte. Indubbiamente per fare di me quella che forse sarei dovuta essere sarebbe stato sufficiente sottrarmi i libri. Tutti. Nel “senza”, nella fame, sarei stata costretta a diventare personaggio, a entrare dal vivo in una storia.
Ultimamente ho spostato i miei acquisti dalla carta al digitale, per quanto possibile. Mi accade comunque che alcuni libri io li comperi poi anche di carta, per poterli sfogliare, annotare, per sentirli più prossimi.

Mi sforzo di evitare l’accumulo e l’occupazione di spazio. Poi lo so, molti potrei iniziare a eliminarli…ma come? Qualche mese fa sono riuscita a buttarne un paio nei rifiuti cartacei. Ho dovuto chiudere gli occhi e pensare a loro come a imballi di cartone. Via, nel bidone, e poi ho chiuso senza guardare. Terribile.
Forse si eliminano così i corpi assassinati, chiudendo gli occhi. Tempo fa ho conosciuto un cartolaio che teneva fuori dal negozio un cesto con l’invito a mettere lì i libri dei quali ci si voleva disfare. È stato amore a prima vista, gli ho chiesto subito se fosse stato disponibile a ritirare tutta la mia biblioteca, al momento opportuno. Sì, certo mi aveva risposto. Abbiamo poi fatto delle piacevoli chiacchierate e qualche libro sono riuscita a “cestinarlo”. Ma si sa queste cose hanno vita breve. Capo a un anno e adesso non sa più come difendersi. Fuori dal negozio ha messo dei cartelli minacciosi per impedire alla gente di ammonticchiare nel cesto di tutto e di più. Adesso per lasciare i libri bisogna prima sottoporli al vaglio. Insomma l’idillio è già finito.
Per un po’ ho anche avuto l’idea di proporre al condominio la realizzazione di una piccola biblioteca a prelievo gratuito. Un cross booking come se ne vedono a volte in metropolitana. Lo avrei gestito bene, un paio di Billy nell’atrio d’ingresso. Ho costruito la mia fantasia fin nei minimi dettagli, utopizzando reazioni felici. Poi ho evocato la riunione di condominio e lì è franato tutto. Le rare volte a cui ho partecipato dal vivo ho visto esattamente come si riesce a Non Fare Nulla. Basta che ci sia un’individuo con un’idea e un proposito di realizzazione e immediatamente gli altri glielo impediranno in mille modi.
Dunque la cosa-libro. Per oggi stanno ancora tutti lì. Io sono ancora la loro custode zelante. Ah e non ho detto delle cose che ci stanno dentro: le mie parole, i miei pensieri, le mie note e sottolineature e ancora, le foglie, i fiori, i vecchi biglietti di tram e treni, i bigliettini di amori passati, le dediche della mamma, del papà, della sorella, i miei exlibris…una vita intera.
Attenzione all’indice
La frequentazione pluriennale di maestri giapponesi attraverso la pratica della disciplina marziale, mi ha lentamente convertito a osservare ciò che mi circonda in modo fuori dal nostro, occidentale, ordinario. Per loro il contesto, gli oggetti, le persone, sono messaggi, lettere che compongono parole a cui poi danno significati sorprendenti. La vita è un libro scritto con ideogrammi, tutto è prima segno e poi simbolo. Ma niente di tutto ciò pecca di intellettualismo, tutt’altro, il loro dire è il loro fare. Prima di tutto è il corpo che dice, da come “si sta” a come “ci si muove” in relazione all’ambiente.
Durante uno stage di approfondimento tenuto dal nostro Maestro (molto molto giapponese), sono rimasta incantata da una sua non-spiegazione. Le non-spiegazioni sono all’ordine del giorno in questo mondo, si tratta di percepire e fare, più che capire. “Voi sempre -capito-capito, poi non fare mai, capito niente!” questo è uno dei suoi refrain preferiti, e come dargli torto! Avendo oramai affinato l’arte di cercare di decodificare tutti i suoi segnali, più che altro corporei, non mi sono lasciata sfuggire il breve accenno, questione di secondi, che ad un certo punto ha fatto indicando con vigore uno di noi, colto nell’errore imperdonabile di nascondere un errore anzichè mostrarlo (argomento importantissimo al quale prima o poi dedicherò un mio “infinito-pensiero”). Mentre eseguiva il gesto con il suo dito indice, che, per inciso, da solo potrebbe trapassare la giugulare, ha accennato al fatto che mentre si usa quel dito in direzione dell’Altro, automaticamente ci sono tre altre dita ripiegate nella direzione di chi indica. A tal proposito non ha nemmeno articolato una frase, ho solo colto un balugino nei suoi occhi a fessura e un mix rapido di vocaboli che devo aver udito con il mio settimo senso.
Per venire al dunque, ho avuto una sorta di illuminazione, la lampadina si è accesa. Ho capito che quelle tre dita ripiegate hanno un peso uguale se non superiore all’indice indicante-giudicante.
Mentre punto questa arma impropria che è il dito indice verso qualcuno, le tre dita che punto verso di me acquistano automaticamente una loro valenza etica: 1. Sono sicuro di sapere chi sono e cosa sto facendo? Sono nel pieno delle mie facoltà? Ho deciso che questa domanda la affido al Medio. 2. Mi assumo fino in fondo la responsabilità della mia decisione? Anulare. 3. Sono in grado di verificare e eventualmente dichiarare di aver commesso uno sbaglio? Mignolo.

Improvvisamente mi è stato chiaro il perché per i giapponesi indicare qualcuno è un gesto da fare solo in extremis e mai senza un motivo preciso. Mai indicare qualcuno solo per dire “eccolo, è lui!”
Poi mi è venuto in mente che fra le norme impartite dall’educazione familiare questa del non indicare esisteva, mescolata ad altre, come non mettere i gomiti sul tavolo, non alzarsi senza chiedere permesso e altre regole oramai in disuso. Mai però mi è capitato di pensare al senso di quelle dita ripiegate, alla gestalt che creava l’indice, al contorno che non è mai un vuoto, ma sempre un altro pieno e al fatto che il corpo è tutto un segnale e bisogna dedicarsi a gestirlo quale apparato di comunicazione potente che è.
I giapponesi – lo sappiamo – vengono da qualche altra galassia, solo loro infatti numerano a seconda dell’oggetto e hanno un segno, un nome per le cose più impercettibili e infinitesimali.
Lungi da me dall’idolatrarli come esempio di impeccabilità, però affinare gli strumenti della comunicazione e della percezione è qualcosa di preziosissimo e loro in questo sono davvero Maestri.
E il pollice? Eh…quello un tempo ci è servito per distinguerci dall’animale, quando lo si usava come opponibile all’indice nella evoluzionistica e rivoluzionaria presa per afferrare. Oggi ha una sua vita autonoma impiegata per lo più nella digitazione rapida sui tasti dei vari device. In alternativa lo si alza per un like o, insieme all’indice (guarda un po’!), nel gesto di sparare a qualcuno saltando la fase di accusa- giudizio e fregandosene alla grande delle altre tre dita.